
Beethoven era sordo. E allora?
- La sordità di Beethoven fu progressiva, non improvvisa: iniziò verso i ventotto anni
- Il Testamento di Heiligenstadt racconta la vergogna, non solo la perdita dell'udito
- Le opere più sconvolgenti — dalla Nona agli ultimi quartetti — nacquero quando non sentiva quasi più nulla
Capita spesso, dopo un concerto, che qualcuno mi si avvicini con l'aria di chi sta per smascherare una bufala: «Ma è vero che Beethoven era sordo quando ha scritto la Nona?». E capita, un attimo dopo, la domanda che in realtà li tormenta davvero: «Ma allora come faceva a comporre, se non sentiva niente?». È una domanda legittima, me la faccio anch'io ogni volta che affronto certe pagine tarde di Beethoven al pianoforte. Ma il modo in cui viene posta di solito — con lo stupore di chi crede di aver trovato la crepa in un mito — tradisce un fraintendimento enorme su cosa significhi davvero, per un musicista, "sentire" la musica.
La verità sulla sordità di Beethoven
Allora sì, partiamo dai fatti, perché per una volta il mito coincide quasi del tutto con la realtà: Beethoven era sordo, non da un giorno all'altro e non fin dalla nascita come qualche leggenda pigra continua a ripetere, ma per una perdita progressiva iniziata verso i ventotto anni e diventata pressoché totale intorno ai quarantacinque. Non un dettaglio biografico curioso da mettere in coda a un articolo: la chiave per capire l'ultima, sconvolgente parte della sua produzione.
Beethoven non compose nonostante la sordità: compose attraverso di essa, portando alle estreme conseguenze un mestiere che aveva imparato a fare più con la testa che con le orecchie.
— Vito Schiuma
Il Testamento di Heiligenstadt
Il documento che racconta meglio di ogni biografia cosa significasse per lui è una lettera che scrisse ai fratelli nell'ottobre del 1802, da Heiligenstadt, dove si era ritirato su consiglio del medico. Non la spedì mai. La ritrovarono tra le sue carte solo dopo la morte.
Che umiliazione, quando uno che mi stava accanto sentiva un flauto in lontananza e io non sentivo nulla, o sentiva cantare un pastore e io, ancora, non sentivo nulla.
— Ludwig van Beethoven, Testamento di Heiligenstadt, 1802
Ecco, questo è il punto che la domanda da bar salta sempre: non fu la sordità in sé a portarlo vicino al suicidio, ma la vergogna pubblica di doverla nascondere, di passare per scontroso pur di non tradire un difetto che considerava inconfessabile per un musicista. Eppure la stessa lettera si chiude con la decisione di restare vivo per l'arte che sentiva ancora di dover dare al mondo.
Comporre senza sentire: come ci riuscì
E qui arriva la parte che a chi mi fa la domanda lascia davvero senza parole: come si fa, concretamente, a comporre musica che non si sente? In parte con il corpo: si racconta che facesse segare le gambe del pianoforte per sentirne le vibrazioni attraverso il pavimento, e che mordesse un'asta di legno appoggiata alla cassa armonica per percepire le note tramite la conduzione ossea, attraverso la mascella. Ma soprattutto con un allenamento che ogni musicista serio conosce fin da studente e che nessun non addetto ai lavori considera mai abbastanza: l'orecchio interno. Dopo decenni passati a scrivere e correggere armonia e contrappunto, un compositore sviluppa la capacità di "sentire" una partitura semplicemente leggendola, senza bisogno che un suono reale la attraversi. Nel caso di Beethoven quella capacità, allenata per una vita, diventò l'unico strumento che gli restava. Ed è impressionante fin dove l'ha portato.
Le opere che scrisse da sordo
Perché non si limitò a continuare a comporre in qualche modo: buona parte di quello che oggi consideriamo il vertice assoluto della sua arte lo scrisse quando ormai non sentiva quasi più nulla. Alcune opere, per non restare sul vago:
- Sinfonia n. 9 "Corale" (1822-1824) — l'Inno alla Gioia che lui stesso non poté mai davvero ascoltare dal podio, se non voltandosi a guardare l'orchestra dopo l'ultimo accordo.
- Missa Solemnis (1819-1823) — la messa che considerava, lui per primo, il suo lavoro più riuscito.
- Le ultime cinque sonate per pianoforte, dall'op. 101 all'op. 111 (1816-1822), compresa la mastodontica "Hammerklavier".
- Le Variazioni Diabelli (1819-1823) — trentatré variazioni su un valzerino che giudicava mediocre, trasformato in uno dei cicli pianistici più ambiziosi mai scritti.
- Gli ultimi quartetti per archi, dall'op. 127 all'op. 135, compresa la Grosse Fuge (1824-1826) — pagine che i suoi contemporanei giudicarono incomprensibili e che oggi la maggior parte dei musicisti considera tra le vette assolute della musica occidentale.
Beethoven non compose nonostante la sordità: compose attraverso di essa, portando alle estreme conseguenze un mestiere che aveva imparato a fare più con la testa che con le orecchie. La prossima volta che qualcuno vi chiede se è vero che era sordo, ditegli di sì — e poi ditegli anche il resto, perché è la parte più interessante.
Vito Schiuma
È vero che Beethoven era sordo?
Sì, ma non da un giorno all'altro e non fin dalla nascita. Fu una perdita progressiva iniziata verso i ventotto anni, diventata pressoché totale intorno ai quarantacinque.
Cos'è il Testamento di Heiligenstadt?
Una lettera che Beethoven scrisse ai fratelli nell'ottobre del 1802, mai spedita e ritrovata tra le sue carte solo dopo la morte, in cui racconta la vergogna di dover nascondere la propria sordità.
Come faceva Beethoven a comporre senza sentire?
In parte con il corpo, percependo le vibrazioni tramite conduzione ossea, e soprattutto con l'orecchio interno: la capacità, allenata da decenni di studio di armonia e contrappunto, di "sentire" una partitura semplicemente leggendola.
Quali opere scrisse Beethoven quando era ormai sordo?
Tra le altre, la Sinfonia n. 9 "Corale", la Missa Solemnis, le ultime cinque sonate per pianoforte, le Variazioni Diabelli e gli ultimi quartetti per archi, compresa la Grosse Fuge.
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